• Alessio Pia

Guardare le balene negli occhi

Laura vive con il suo cane in uno spoglio appartamento di Bogotà. È una donna solitaria la cui routine – solo accennata nella narrazione – sembra scandita da rapide uscite in auto e impersonali incursioni al supermercato del quartiere. La monotonia delle sue giornate è pesantemente sconvolta da un pianto che la sveglia nel cuore di un sabato notte. Fermo sul marciapiede sotto al balcone di casa sua c’è Fidel, un bambino di pochi anni incapace di spiegare come sia finito là. Dopo averlo ospitato per qualche giorno, la donna si rivolgerà a un centro statale di tutela dei minori, alle cure del quale lascerà il bambino; quella scelta, che inizialmente viveva come atto di responsabilità, si rivelerà per lei essere un secondo abbandono ai danni di Fidel che cercherà disperatamente di incontrare nuovamente.


Il procedere della storia sembra scandito dall’alternarsi delle diverse fasi emozionali che scuotono la protagonista fin dal suo primo incontro con il bambino: la sua insicurezza iniziale, l’analisi goffa delle abitudini di Fidel, il desiderio discontinuo di prendersene cura e allontanarlo, l’inquietante convinzione che il bambino fosse destinato a lei. L’altalenante relazione fra i protagonisti descrive la costruzione di un vincolo parentale distante dagli stereotipi. Laura e Fidel sono infatti due creature sole il cui avvicinamento sembra spiegarsi solamente attraverso la necessità di esporre vicendevolmente la propria condizione di marginalità; una condizione che peraltro orienta la prospettiva adottata da Laura rispetto alla maternità: calcolatrice e dolorosa, tenera senza dubbio, ricca di fantasia ma anche di tantissima amarezza. Ognuno di questi elementi avvicina con insistenza il suo mondo a quello di Fidel, bambino senza tempo: incapace di guardare al suo passato e impossibilitato a muoversi verso il futuro, inchiodato com’è alla sua condizione d’orfano che sembra privarlo d’ogni prospettiva.


Ne Gli occhi delle balene, Carolina Sanín sembra mostrare interesse per la natura fanciullesca delle persone e la forma in cui queste ultime si relazionano alle proprie emozioni. Il titolo, che nella versione originale è Los niños, sembra voler evidenziare il profilo infantile di Laura e la generale impotenza dei protagonisti di fronte agli accadimenti che ne scandiscono le vite. Nel suo libro, Sanín riflette sulla sfiducia e l’insicurezza insiti nella mancanza di tacita comprensione che aleggia sul rapporto fra adulti e bambini, la cui visione del mondo si articola a partire da prospettive vitali profondamente differenti. Il romanzo parodia quelli che riconosciamo essere paradigmi comunicativi infantili, linguaggi che sappiamo appartenere ai bambini e attraverso i quali questi ultimi esprimono le proprie emozioni e, nel relazionarsi agli altri, tentano di trasmettere le proprie inquietudini; le stesse che derivano dalla necessità di condividere il proprio spazio con estranei. Allo stesso tempo, nel descriverne la relazione, ne rende manifesta l’ingenuità innocente che rintraccia in ogni novità una scoperta.


La figura di Fidel, risponde alla necessità narrativa di rappresentare la solitudine; quell’invisibilità che ogni bambino sperimenta nel trovarsi incapace di esprimere, come invece farebbe un adulto, le esperienze che ne descrivono il vissuto. Fidel rappresenta per Laura l’opportunità di confrontarsi con ciò che per lei è sconosciuto: la vita pubblica mediata da quotidiane relazioni sociali. L’arrivo del bambino nella sua vita in principio la spaventa – rappresenta per lei un’intromissione nel proprio mondo privato – e la fa sentire fuori luogo di fronte alla scarsa familiarità con le regole sociali che governano lo spazio pubblico. Un luogo che la protagonista ha sempre preferito evitare preferendovi un (auto)isolamento che insieme patisce e alimenta di un’immaginazione ingenua; genera mondi, spazi remoti e fantastici che le consentono di allontanarsi dalle sue preoccupazioni e responsabilità.


Nel sorprendente finale, Sanín ricorda al lettore che gli è stato consentito sbirciare nella vita di Laura e Fidel ma che quel tempo ora è terminato. Non è dato sapere se il bambino verrà poi adottato, se il furore che si scoprirà affliggerlo sia solo un disturbo passeggero, se la donna riuscirà mai a essere una (buona) madre. Al lettore rimane in consegna un interrogativo: Come si può esserlo? Gli occhi delle balene è un’opera inquietante, sconcertante, a tratti divertente. Una storia che descrive una maternità senza moralismi e che obbliga chi legge a interrogarsi sulla naturalità di certe relazioni, la gestione delle emozioni e la solitudine.