• Carolina Sanín

Incontrare il mondo

La scorsa estate, durante le vacanze e mentre un continente intero bruciava, sono andata a visitare il canale di Panama. Tutti abbiamo visto i boschi australiani in fiamme: gli animali in fuga dal fuoco avvolti dal fumo, quel cielo arancione che fu la fine del cielo. Tutti abbiamo partecipato al conteggio di milioni di creature carbonizzate. Sappiamo d'averlo provocato noi, gli esseri umani; sappiamo che quelle immagini sono l'anteprima non più posticipabile dell'evidente fine del mondo —o della fine di un modo di essere del mondo, che poi significa la stessa cosa, perché cos'è il mondo se non una forma d'esistere—.


A volte mi capita, sovrappensiero, di vedere riaffiorare alla mente i colori del fuoco, e senza rendermene conto inizio a pensare al modo in cui siamo intervenuti nel processo di cambiamento del clima. Alla maniera in cui abbiamo compiuto questo disastro. Al momento in cui è successo. A cosa stavamo pensando. Abbiamo forato la terra per prelevarne i minerali, abbiamo disperso gas e sterminato ciò che non era uguale a noi, abbiamo spianato terreni brulli e campi. Durante tutto questo tempo (e quando dico "tutto" intendo tutto: dal paleolitico in avanti), non abbiamo fatto altro che cercare in questo mondo un altro mondo. E in nome di questa ricerca abbiamo disboscato foreste, convogliato acque, attraversato le nubi.


Il canale di Panama è entusiasmante, e conoscerlo al tempo in cui sentii degli incendi d’Australia fu educativo. Si tratta di un fosso lungo ottanta chilometri che rompe la terra per permettere all'Atlantico e al Pacifico di rovesciarsi l’uno nell’altro e consentirci così di circumnavigare la Terra. È una delle opere umane che ha contribuito a rendere il globo effettivamente sferico; che gli ha consentito di poterlo abbracciare, comprenderlo, usarlo e continuare a esplorarlo. Nella città di Panama, al Museo del Canal, ho letto che dell’idea che gli europei ebbero, dopo aver iniziato a conoscere questo Nuovo Mondo, di attraversare l’istmo e giungere dall’altro lato e, una volta lì, intraprendere il vero viaggio verso il nuovo mondo: verso l'India, a occidente dell'occidente, al lontano oriente, che poi è il mondo più antico di tutti. Pensare a questa maniera d'inseguire, nel nostro pianeta da sempre completo, un pianeta altro, in circolo, ansiosamente, mi opprime. Una oppressione che è insieme effetto e immagine del desiderio. (E degli incendi.)


Nel museo ho letto anche le storie dei lavoratori impiegati nella costruzione del canale. Ho letto della sofferenza causata loro dalle malattie, dalla stanchezza e dalla discriminazione esercitata dalle autorità costruttrici. Ho letto la storia di quattrocento venticinque lavoratori cinesi che, portati a Panama con l'inganno o la forza, una mattina si suicidarono per via della disperata prigionia e della nostalgia. Ho letto della fantasia che l'uomo ebbe, prima che si costruisse quel passaggio interoceanico, di trasportare le imbarcazioni su rotaie, da una costa all'altra: l'immagine di questi animali del mare e della loro conversione in animali terrestri e nuovamente in animali marini, ha dipinto nel mio immaginario il miraggio di una nave fra le montagne che avrebbe tanto affascinato García Márquez e Herzog.


Ho visto le imbarcazioni attraversare piano la chiusa di Miraflores, riempita d'acqua perché le navi potessero attraversarne lo stretto passaggio. Il passaggio fra le chiuse mi ricordò l'ingresso di un carcere, nel quale le porte si aprono solo al chiudersi di quelle precedentemente attraversate. (Lo stesso cammino del sonno: se non si chiudono gli occhi e con questi i nostri sensi, non si può passare per il senso del sogno.) Dall'Atlantico, diretta al Pacifico, passò una petroliera. Dal Pacifico all'Atlantico attraversò un mercantile carico di container colorati; splendidi feretri pieni di tonnellate di prodotti per la grande maggioranza innecessari. Tentai di sentire nel mio cuore il sangue che dalle vene si versa alle arterie; un mare anch’esso che si tuffa in un altro.


Ciò che voglio dire è che dobbiamo riconoscere il punto d'arrivo del cammino che abbiamo intrapreso. Non fu il cammino sbagliato. Fu, semplicemente, quello che imboccammo. Fu bello e folle e ammirevole separare la terra per unirla, puntare a occidente per arrivare a oriente, adoperarsi per spingere una nave fin sopra le montagne. La ricerca di un mondo fu la nostra poesia. E ancora concepiamo come altro il mondo di cui andiamo alla ricerca. Oggi però ci si impone un cammino diverso, o meglio, ci si propone di non spingerci oltre.


Abbiamo potuto osservare quel punto azzurro che è il nostro pianeta dallo spazio, e dallo spazio abbiamo potuto vedere le fiamme d'agonia dell'estate passata. Smettere di cercare il mondo significa smettere di torturalo, d'interrogarlo e di inquisirlo ma per farlo, dobbiamo finalmente riconoscere d’averlo trovato. Solo allora invece di continuare a porgergli domande, saremo in gradi di rispondergli. Solo allora, per la prima volta da quando edificammo le prime abitazioni, saremo pieni del nostro pianeta; ne saremo occupati. E potremo vivere nel nostro mondo senza doverne cercare in quest’ultimo un altro. Staremo solo in questo mondo, dal quale nessuna cosa viva potrà mai scappare.


Quest'articolo è uscito originalmente per la rivista Arcadia.

La traduzione è di Ilia Pessoa.

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