• Alessio Pia

Mendel arriva in libreria

A margine di uno degli ultimi eventi a cui partecipò, l’allora amministratore delegato di Planeta, José Manuel Lara Bosch, descriveva con queste parole il valore attribuito all’editoria libraria entro la più ampia cornice del mercato della produzione di contenuti: “Per quanto possa vendere, si trattasse anche di un successo da duecentomila copie, quante persone potrà mai raggiungere un libro? E questo numero cos’è se comparato ai trentacinque milioni di telespettatori che settimanalmente guardano il Grande Fratello?”.


Quella che per alcuni potrebbe sembrare una facile provocazione, è invece la considerazione propria a cui si richiamano gli organi direttivi di qualsiasi grande gruppo editoriale per i quali la misura dell’esito di un testo non è rintracciabile nel suo impatto culturale, quanto invece nella propria relazione di competitività con i mass media di natura generalista. Una visione che vorrebbe suggerire come lo spettro di interessi tipico dei lettori sia più relazionato alle strategie promozionali sostenute dall’offerta che non da una più verosimile spontaneità della domanda.


Un nuovo soggetto editoriale


Mendel nasce dal tentativo non facile di mettere in discussione quel modus operandi che vorrebbe subordinare il valore di un’opera letteraria alla presunte necessità del mercato. Un cambio paradigmatico sottolineato fin dal nome del marchio. Conoscitore di tutto ciò che fu prodotto dell’industria editoriale Mendel è – nel breve romanzo Buchmendel di Stefan Zweig – il sovrano monomaniacale di una dimensione fatta di carta e pagine, il monarca di un regno di libri strepitosamente organizzati nella sua prodigiosa memoria. Per Jakob Mendel, tutti i fenomeni dell’esistenza acquistano sostanza solo una volta riassunti in caratteri da stampa, solo a seguito di quel processo di sintesi che li vedrà poi raccolti in un libro.


Con la volontà di restituire ai propri lettori la vita che è alla base di qualsiasi letteratura, Mendel propone un progetto editoriale autonomo e basato sulla convinzione che solo grazie a chi è capace di ricondurre gli eventi destrutturati ed eterogenei della vita entro la forma riconoscibile della narrazione è possibile acquisire esperienza e quindi crescere.


Nel farlo, si riconosce parte di quelle esperienze imprenditoriali che, rivendicando la necessità dell’agire comune, costituisce il corpus della piccola editoria. La stessa che, a prescindere dallo spazio culturale di riferimento, contribuisce a preservare la bibliodiversità e, con essa, la salute dell’ecosistema del libro. Soprattutto, Mendel cerca di alimentare il confronto e di farsi mediatore di quel meraviglioso patto sociale che, con consapevolezza e attenzione, un editore dovrebbe essere capace di tessere fra chi le storie le racconta e chi di storie non riesce a farne a meno.


Per questo alla frenesia della grande distribuzione si è preferita il dialogo calmo con le piccole librerie; al processo di stampa sommario, la scelta di carte di pregio e tirature limitate; all’isteria di una comunicazione magniloquente, il confronto con pochi ma attenti lettori.


Il valore simbolico del catalogo


Un atteggiamento che si è riflesso certamente nella scelta dei testi che alimenteranno il nostro piccolo catalogo. Abbiamo deciso di approdare in libreria accompagnati dallo splendido testo di Carolina Sanín, Gli occhi delle balene. In quello che per l’autrice fu il romanzo di debutto, è descritta l’inusuale relazione fra l’agiata e apparentemente indolente Laura e Fidel, un bambino di circa sette anni presentatosi piangente alla porta di casa della donna.


Nel procedere, la storia sembra scandita dall’alternarsi delle diverse fasi emozionali che scuotono la protagonista fin dal suo primo incontro con il bambino: la sua insicurezza iniziale, l’analisi goffa delle abitudini di Fidel, il desiderio discontinuo di prendersene cura e allontanarlo, l’inquietante convinzione che il bambino fosse destinato a lei. L’altalenante relazione fra i protagonisti descrive la costruzione di un vincolo parentale distante dagli stereotipi. Laura e Fidel sono infatti due creature sole il cui avvicinamento sembra spiegarsi solamente attraverso la necessità di esporre vicendevolmente la propria condizione di marginalità. Una condizione che peraltro orienta la prospettiva adottata da Laura rispetto alla maternità: calcolatrice e dolorosa, tenera senza dubbio, ricca di fantasia ma anche di tantissima amarezza. Ognuno di questi elementi avvicina con insistenza il suo mondo a quello di Fidel, bambino senza tempo: incapace di guardare al suo passato e impossibilitato a muoversi verso il futuro, inchiodato com’è alla sua condizione d’orfano che sembra privarlo di ogni prospettiva.


Un libro angosciante e ambiguo che descrive una maternità calcolatrice e dolorosa, tenera senza dubbio, ricca di fantasia ma anche di tantissima amarezza.