• Alessio Pia

Nel nome del padre

Una piccola casa editrice come quella che dirigo - una casa editrice che peraltro si occupa esclusivamente di tradurre narrativa straniera - incontra nelle agenzie letterarie e nel loro lavoro di selezione e cura un alleato strategico imprescindibile. Eppure, non è raro che ci siano libri a cui si arriva in maniera spontanea come accadde con Vater unser. Ammetto che a colpirmi per primi furono i colori in copertina; lo shock cromatico prodotto dal fucsia e il rosso e la geometria perfetta che definisce il piatto dell'edizione tedesca edita da Hanser Berlin. Lette le prime pagine cominciai a saltare da un capitolo all'altro per accertarmi che il testo mantenesse fede alle aspettative generate delle prime pagine. Un'ora dopo averne iniziato la lettura avevo già contattato l'editore. La mattina successiva iniziarono le trattative con l'agenzia che ne cura i diritti per il territorio italiano. La settimana successiva il contratto era firmato. Mendel avrebbe pubblicato Padre nostro.


La trama del romanzo è riassumibile negli eventi che portano all'internamento della protagonista, Eva Gruber, nel reparto psichiatrico di una vecchia clinica Viennese. Ci arriva scortata dalla polizia in seguito ad avvenimenti la cui veridicità non sarà mai confermata nelle pagine del libro. Presa in cura dal dottor Korb, primario del reparto, la ragazza inizierà a esporre i dettagli della propria vita; nata e cresciuta in un villaggio fortemente cattolico e conservatore della Carinzia, ha un fratello - Bernhard - che scopriremo presto essere paziente della stessa struttura in cui lei è reclusa, e una pessima relazione con i genitori. Vuole uccidere il proprio padre, o almeno è quello che vuole lasciar credere; perché il confine fra verosimile e reale tende a essere travalicato spesso da Eva rendendoci nei fatti impossibile riuscire a capire se quanto racconta sia vero o frutto di un incessante tentativo di manipolazione ai danni del dottor Korb prima, e poi di noi lettori.


Quello che invece ci è dato vedere in maniera inequivocabile, è la portata della personalità di Eva Gruber; mai timorosa, non degli altri pazienti - neppure dei più problematici - né dell'atteggiamento severo del personale ospedaliero a cui risponde con caustico sarcasmo. Nei fatti Eva è una donna senza paura, e non è difficile immaginare che sia questa la ragione per cui la si guarda con sospetto; la si percepisce squilibrata, inaffidabile. Perché non solo il dottor Korb, ma noi come lui, siamo ancora tristemente disabituati alle storie di donne forti. Vittima di possessione diabolica e quindi strega o accecata dall'amore di Dio, come Giovanna d'Arco, la donna impavida è sempre eretica. Una lettura che non si può certo ignorare in un libro, Padre nostro, nel quale Angela Lehner non si limita a descrivere una protagonista forte ma racconta debole ognuno degli uomini che di Eva Gruber sono comprimari. Debole è il prete rosso che schiaffeggia Eva bambina; debole è Bernhard che sembra voler soccombere all'anoressia; debole e il dottor Korb ma, sopratutto, debole è il padre che, schiacciato dall'inadeguatezza derivante dall'incapacità di rispondere agli standard del patriarcato oscurantista che lo ha cresciuto, nella storia sembra anelare la scomparsa.


Si tratta di una contrapposizione resa ancora più evidente dal linguaggio di Eva Gruber. Nel dipingerla così pungentemente ironica, Angela Lehner dota la protagonista del suo romanzo della spiazzante capacità di svelare le falle che sono tipiche delle strutture di potere. Quando, passeggiando per il giardino che delimita i confini della struttura ospedaliera, Eva sente giungere gli odori di una grigliata da una casa vicina, non può fare a meno di notare quanto stridente sia la giustapposizione fra la follia dell'ospedale e la vita serenamente borghese delle persone che vi abitano intorno: "il manicomio alla stregua di un'area ricreativa locale", dice. L'ironia è - tanto per la protagonista di Padre nostro quanto per noi - lo strumento che mette in guardia dal pericolo che deriva dal ritenerci depositari di verità assolute; è ciò che ci ricorda quanto importante sia non smettere mai di criticare lo status quo e, nel far ciò, l'ironia dimostra il suo essere una brillante strategia di conoscimento.


Per questo Padre nostro può leggersi, anzitutto, come una formidabile preghiera laica intonata alla problematizzazione. Uno sforzo che Angela Lehner sembra porsi per tutta la durata del libro; non solo quando evidenzia i limiti - tanti e chiari - che sono propri delle società che smettono di porsi domande ma anche quando, senza ricorrere all'abusata scorciatoia narrativa del trauma, è capace di descrivere la desolazione cui si condanna - e cui condanniamo - chiunque sia afflitto da un disturbo mentale.


Padre nostro è un testo che si scaglia apertamente contro ogni forma di obbedienza acritica e che, senza mai smettere di porsi interrogativi, punta il dito contro quella stortura incivile che è il patriarcato.